Policromia di un Anima

Mc Giaime: Policromia di un'anima. Dal 17 al 22 novembre
Spazio Etoile - piazza San Lorenzo in Lucina, 41 - Roma

All’interno dello Spazio Etoile di piazza San Lorenzo in Lucina si è deciso di ricostruire un percorso espositivo rivolto all’esplorazione, e quindi alla successiva scoperta, di una sfera complessa del mondo giovanile, quella dell’Hip-Hop.

Come si diceva, un ampio spazio della mostra è dedicato al mondo figurativo di Giaime, in particolare alla sua passione per il “graffitismo”.

L’intenzione è quella di voler raccontare di quell’intima esigenza di riconoscersi in uno spazio non più circoscritto, la casa, ma in un contesto più grande, al quale, volenti o nolenti, partecipiamo sempre più, il mondo.

Interpreti di questo – almeno auspicabile – come sentire sembrano essere proprio i writer.

Il mondo è la loro casa.

 mc Giaime  
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di Achille Bonito Oliva (tratto dal catalogo "Mc Giaime - Policromia di un'Anima")

La città americana, New York o Los Angeles, è uno spazio immenso, ghiacciato nei vetri dei suoi grattacieli e nello stesso tempo disseminato nei suoi improvvisi percorsi d'angoscia, spaccato da una doppia mentalità: il geometrico e il plastico. La geometria nasce dalla progettazione, fuori dagli spazi comunitari che le città accolgono. La plasticità appartiene a quelle zone urbane dove la nascita ed espansione della città avviene sotto il segno del caso e della aggregazione spontanea. In ogni caso il grattacielo è l'unità di misura dello spazio urbano, dell'infinito urbano. Più che essere abitato esso è adibito a non esibire il domestico e il privato ma il pubblico e il produttivo: la trasparenza dei cristalli che ne fasciano la struttura è una dichiarazione esplicita in tal senso.

L'infinito costituito dalle megalopoli, estensioni quantitative che trovano nella quantità il loro valore, è a misura di un nuovo tipo di uomo, considerato in un sistema di insieme sociale, dove l'individualità scompare e sopravvive soltanto attraverso la sua presenza specializzata. Il lavoro è l'unico tramite che l'uomo può stabilire con la realtà urbana. Anche gli artisti assumono questa mentalità, rafforzata dalla coscienza puritana che solo ciò che è ben fatto trova affermazione e dunque realtà.

La città americana ha introdotto una nozione di consumo come cannibalismo. La produzione, sostenuta dal gioco serrato della pubblicità, crea, per soddisfare i propri ritmi, una sorta di fame, un desiderio di oggetti di consumo. Ma la situazione è invertita: ora è l'oggetto a dare la caccia al soggetto. La città apre la sua caccia sadica all'uomo, in quanto ormai esiste un'inversione di ruoli e una nuova gerarchia di posizioni: la città è il fine, l'uomo il mezzo. Così la città non è più lo spazio delle relazioni interpersonali ma il luogo dello scambio, di un puro passaggio di merci.

Così la città americana tende ineluttabilmente a darsi come autoproduzione e a trasformare la società di massa in "società dello spettacolo". La società dello spettacolo è l'uomo che diventa ombra di se stesso, produzione di ciò che produce, in definitiva egli diventa, attraverso l'oggetto prodotto e consumato, il proprio doppio. La città offre un sistema di segnali emessi dai mezzi di comunicazione di massa e dalla pubblicità, il cui monopolio appartiene non certo all'uomo medio, ma alla classe egemone. Eppure tali immagini si presentano in uno spettacolo spontaneo, che scoppia sui muri dei grattacieli, nei sotterranei della metropolitana e dentro i vagoni dei treni.

Se gli anni '60 sono dominati dalla Pop Art, la seconda metà degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 vivono sotto il segno di tale mentalità, di un'arte costruita con molti mezzi espressivi, specialmente con la materia della pittura, con gli strumenti legati al linguaggio del segno e del colore.

 

 

 

Graffiti writing

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